Per anni il funzionamento economico del web è stato legato a un’idea semplice: le persone visitano i siti, vedono gli annunci e contribuiscono così a sostenere chi pubblica contenuti. La diffusione degli agenti di intelligenza artificiale mette in discussione questo equilibrio. Se software automatizzati consultano le informazioni senza navigare come utenti e senza cliccare sulla pubblicità, chi finanzierà i contenuti da cui dipendono?
È il cambiamento descritto da Matthew Prince, cofondatore e CEO di Cloudflare, in un’intervista a The Verge. Il tema non riguarda soltanto la quantità di traffico generata dall’AI, ma anche il modo in cui vengono remunerati editori, creatori e fonti originali. Tra le ipotesi discusse figurano micropagamenti, licenze e nuovi sistemi per riconoscere il contributo di chi produce conoscenza.
Il traffico AI ridisegna il ruolo delle infrastrutture web
Cloudflare, secondo la visione di Prince, non intende limitarsi a rendere Internet più veloce e sicuro. L’azienda vuole partecipare alla sua trasformazione, facendo leva su una rete distribuita in oltre 350 città e su migliaia di data center. In un contesto in cui cresce l’automazione, gestire il traffico significa anche confrontarsi con nuove esigenze di capacità e con regole diverse per l’accesso ai contenuti.
Il dato più rilevante dell’intervista riguarda il rapporto tra richieste umane e non umane. Nel novembre 2025 Prince stimava che il traffico automatizzato avrebbe superato quello delle persone nella seconda metà del 2027. In seguito la previsione era stata anticipata alla prima metà dello stesso anno; secondo il resoconto, a maggio il sorpasso risultava già avvenuto. La sequenza mostra quanto rapidamente siano cambiate le aspettative sul ritmo di crescita.

Prince prospetta inoltre che, entro cinque anni, il traffico automatizzato possa diventare mille volte maggiore di quello umano. È però una stima, e lo stesso CEO invita a considerarla con cautela: non va letta come un risultato certo, ma come un’indicazione della scala che potrebbe raggiungere l’automazione.
Perché la pubblicità online non basta per sostenere il web
Per circa trent’anni la pubblicità è stata uno dei principali motori economici di Internet. Il modello si basa, in larga misura, sull’attenzione degli utenti: le persone consultano pagine, incontrano annunci e possono interagire con essi. I bot, invece, non si comportano come un pubblico interessato alla pubblicità e non cliccano sugli annunci secondo le dinamiche tradizionali.
Questa differenza crea un problema pratico. I sistemi AI possono richiedere sempre più banda, server e infrastrutture, mentre i ricavi pubblicitari non si trasferiscono automaticamente alle fonti consultate. Se una risposta viene fornita direttamente da un chatbot, inoltre, l’utente può non visitare il sito che ha originato l’informazione. Per gli editori, quindi, aumentare l’uso dei contenuti non significa necessariamente ottenere più visite o più entrate pubblicitarie.
Micropagamenti e protocollo HTTP 402
Una delle possibili risposte è collegare l’accesso automatizzato a un pagamento di importo ridotto. Cloudflare sta lavorando con Coinbase e Stripe a un sistema che permetta ai creatori di ricevere piccole somme quando un agente AI consulta le loro informazioni, utilizzando anche il protocollo HTTP 402. L’obiettivo è rendere possibile una remunerazione associata all’uso dei contenuti, anziché affidarsi soltanto alla pubblicità o alla visita diretta di un lettore.
Per chi pubblica, questo approccio potrebbe tradursi in una nuova forma di licensing. Per chi sviluppa strumenti AI, comporterebbe invece la necessità di considerare l’accesso alle informazioni come parte dei costi del servizio. La fonte non descrive un sistema già generalizzato: presenta un lavoro in corso e una possibile direzione per affrontare il divario tra consumo automatico e ritorno economico.

Contenuti originali e incentivi alla produzione
L’automazione può cambiare anche le motivazioni che spingono le persone a contribuire al web. Prince cita Wikipedia come esempio: secondo quanto riferito nell’intervista, le contribuzioni sono diminuite mentre gli utenti possono ottenere informazioni simili attraverso chatbot e motori di risposta, senza raggiungere direttamente la fonte. Il caso evidenzia una tensione importante: le informazioni restano utili, ma il percorso che portava visibilità e riconoscimento a chi le produce può diventare meno evidente.
Allo stesso tempo, la creazione di nuove applicazioni è stata favorita dagli strumenti di vibe coding, che dal 2025 hanno reso più semplice realizzare software. Per Prince, la crescita del web e la trasformazione dell’AI possono quindi procedere insieme. La sfida è fare in modo che la facilità di accesso alle informazioni non indebolisca la produzione di conoscenze originali.
In questo quadro acquistano valore le informazioni locali e difficili da trovare altrove. Prince cita il piccolo giornale che possiede con la moglie a Park City, nello Utah: secondo la sua previsione, quest’anno i ricavi da contratti di licensing con l’AI potrebbero superare quelli della pubblicità digitale. È un esempio riferito a una singola testata, non una garanzia che lo stesso risultato si ripeta per tutti gli editori.
Crawler, Google e controllo sull’accesso ai siti
Un altro punto riguarda i crawler, i programmi che visitano le pagine web per raccogliere o indicizzare informazioni. Cloudflare ha annunciato che dal 15 settembre, per i clienti gratuiti, l’impostazione predefinita sarà bloccare Google per il training AI, a meno che il crawler non distingua l’addestramento dalla ricerca. I proprietari dei siti potranno comunque cambiare questa scelta.
Secondo Prince, Google si è mostrata più disponibile a discutere sia una maggiore trasparenza sul comportamento dei crawler sia, in alcuni casi, pagamenti per i contenuti. La questione è l’equilibrio tra accesso e ritorno: i sistemi AI possono utilizzare le informazioni di un sito senza necessariamente indirizzare traffico verso la pagina originale. Cloudflare, che si trova davanti a una quota ampia del web, potrebbe influire su queste dinamiche; un blocco esteso delle pagine avrebbe potenziali conseguenze anche per la ricerca di Google.

Dallo streaming musicale a un mercato delle informazioni
Per immaginare un nuovo modello, Prince richiama l’evoluzione della musica: dal supporto fisico alla distribuzione digitale e poi allo streaming. In quel percorso, gli utenti pagano per accedere a un catalogo ampio e una parte delle risorse può tornare ai titolari dei contenuti. Applicato all’AI, il principio implicherebbe destinare una quota dei ricavi non soltanto a ricercatori e chip, ma anche alle informazioni utilizzate per costruire e alimentare i modelli.
Non tutte le informazioni avrebbero necessariamente lo stesso peso. Prince sostiene che le aziende AI siano interessate in particolare a colmare i “buchi” nella conoscenza disponibile, cercando contributi originali non già replicati ovunque. Un possibile sistema di remunerazione dovrebbe quindi confrontarsi con la capacità di riconoscere l’origine e il valore dei contenuti, oltre che con le modalità tecniche di accesso.
Il valore economico non è l’unico riconoscimento
Pagare i creatori, da solo, potrebbe non risolvere ogni problema. Molte persone contribuiscono anche per ottenere visibilità e riconoscimento. Se un’informazione viene fruita in una risposta generata da un chatbot, il legame tra il contenuto e chi lo ha prodotto può risultare meno visibile. Prince immagina perciò strumenti che aiutino a identificare e premiare chi contribuisce in modo significativo alla conoscenza.
La trasformazione proposta sposta l’attenzione da un’economia basata soprattutto sulla cattura dell’attenzione a una che attribuisca valore riconoscibile alle informazioni originali. Per editori, creatori e gestori di siti, le domande pratiche sono già chiare: chi accede ai contenuti, per quale scopo, con quale trasparenza e con quale eventuale ritorno?
In sintesi: le domande da seguire
- Il traffico automatizzato può crescere fino a modificare il rapporto tra utenti, siti e infrastrutture.
- La pubblicità tradizionale non remunera automaticamente i contenuti consultati dai bot.
- Micropagamenti e licenze sono tra le ipotesi per collegare l’uso AI delle informazioni a un ritorno economico.
- Trasparenza e riconoscimento restano essenziali per sostenere chi produce conoscenza originale.
Il modello economico del web, dunque, è davanti a una scelta: continuare a basarsi prevalentemente sull’attenzione umana oppure includere forme di valore legate all’uso automatizzato delle informazioni. La risposta dipenderà dagli accordi tra piattaforme, editori e creatori, oltre che dalle regole con cui i crawler accedono ai siti. Per chi pubblica online, monitorare queste evoluzioni e definire con attenzione le condizioni di accesso ai propri contenuti è un primo passo concreto.
