
Negli ultimi anni, il tema dell’intelligenza artificiale ha assunto un’importanza crescente, sia nel dibattito pubblico che nelle analisi economiche. Un recente rapporto del Censis in collaborazione con Confcooperative rivela che circa 6 milioni di lavoratori in Italia si trovano a rischio di sostituzione a causa dell’adozione dell’IA, con altrettanti 9 milioni che potrebbero vedere integrati i loro compiti da queste nuove tecnologie.
I settori maggiormente colpiti includono professioni come matematici, contabili, tecnici della gestione finanziaria e esperti statistici. Altre categorie vulnerabili comprendono notai, avvocati, psicologi e persino archeologi. Queste professioni sono state identificate come le più esposte alla possibilità di essere sostituite dall’IA nel breve termine.
L’Impatto Economico dell’Automazione
Secondo il Censis, l’implementazione dell’intelligenza artificiale potrebbe portare a una crescita del PIL italiano fino a 38 miliardi di euro entro il 2035, equivalente a un incremento del 1,8%. Tuttavia, questo scenario presenta un quadro «in chiaro-scuro», come lo definisce Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative. Gardini sottolinea l’importanza di mettere l’essere umano al centro del modello di sviluppo, affinché l’IA possa fungere da supporto ai lavoratori anziché come semplice sostituto.
È interessante notare che la formazione e il livello educativo dei lavoratori influenzano significativamente il loro grado di esposizione all’IA. La ricerca mostra che il 54% dei lavoratori con alta esposizione ha una istruzione superiore, mentre solo il 3% di quelli a basso rischio possiede una laurea. Questo evidenzia un ulteriore divario tra le diverse categorie professionali e fa emergere importanti questioni riguardanti la preparazione della forza lavoro.
Disparità di Genere e Opportunità
Un altro aspetto rilevante è il gender gap legato all’intelligenza artificiale. Le donne risultano più esposte degli uomini agli effetti dell’IA, rappresentando il 54% dei lavoratori ad alta esposizione alla sostituzione e il 57% di quelli ad alta complementarità. Questa disparità richiede un’attenzione particolare, sia nella formazione che nelle politiche occupazionali.
Occorre anche considerare le differenze tra le varie nazioni europee. Attualmente, solo l’8,2% delle imprese italiane ha adottato l’IA, rispetto al 19,7%% in Germania e una media europea del 13,5%%. Questo ritardo è evidente nei settori del commercio e della manifattura, dove l’adozione dell’IA è significativamente inferiore rispetto alla media continentale.
Prospettive Future e Investimenti in IA
In previsione del biennio 2025-2026, si stima che circa il 19,5% delle imprese italiane prevede di investire in tecnologie legate all’IA, con punte superiori nel settore informatico (55%) e decisamente più basse nella ristorazione (1,4%). Le grandi imprese tendono a mostrare una maggiore propensione all’investimento rispetto alle piccole e medie imprese (PMI), creando potenziali squilibri nell’adozione tecnologica.
Sul fronte occupazionale, si prevede che entro il 2030, circa il 27% delle ore lavorate in Europa sarà automatizzato. I settori più vulnerabili all’automazione includono la ristorazione (37%), il supporto d’ufficio (36,6%) e la produzione (36%). D’altra parte, i settori come la sanità e il management vedranno un minore impatto dall’automazione.
Il Government AI Readiness Index 2024 posiziona l’Italia al 25° posto tra i paesi europei, evidenziando un significativo ritardo negli investimenti in ricerca e sviluppo. Attualmente, l’Italia investe solo il 1,33% del PIL in R&D, lontano dalla media europea del 2,33%. A tal proposito, l’obiettivo stabilito dall’UE è di arrivare a una spesa media del 3% entro il 2030, traguardo già raggiunto dalla Germania e quasi raggiunto dalla Francia.
Inoltre, secondo una recente indagine Censis, tra il 20% e il 25% dei lavoratori utilizza strumenti di intelligenza artificiale sul proprio posto di lavoro, con percentuali più elevate tra i giovani. Ad esempio, il 35,8% dei lavoratori tra i 18 e i 34 anni utilizza IA per la redazione di rapporti, rispetto a solo 23,5% tra coloro che hanno più di 45 anni.